Ecomuseo, la montagna si mette in mostra

Ecomuseo, la montagna si mette in mostra

5 Aprile 2018 0 Di ecoLogi

L’ecomuseo è una particolare forma museale nata in Francia con l’obiettivo di rendere giustizia alla storia, alle tradizioni e alla cultura di un luogo, collezionando frammenti di un patrimonio e mettendoli a disposizione dell’intera società. La caratteristica principale dell’ecomuseo è che questo non ha bisogno di  mura che lo delimitino perché i suoi unici limiti sono il cielo sopra di sé e il terreno che i “visitatori” calpestano. Gli ecomusei sono infatti musei speciali che tutelano ed esaltano il patrimonio di un territorio nel suo complesso mirando a cogliere di un posto non soltanto l’aspetto più visibile costituito dall’ambiente naturale ma andando a svelarne l’essenza.

Questa nuova forma di museo sta prendendo sempre più piede anche in Italia grazie ad una serie di cambiamenti che stanno investendo la società ed in particolare il mondo del turismo. “La vacanza” si è infatti trasformata: da momento rigenerativo, e di distacco dalla vita produttiva a pratica interattiva dove vivere l’individualità delle emozioni, la soggettività delle esperienze e la comunità degli stili di vita e delle pratiche relazionali di consumo. La vacanza è sostanzialmente diventata un ambiente sempre più perturbato da sensibilità e culture che alimentano nuove e diverse rappresentazioni e visioni del mondo. Al centro di questa complessa trasformazione vi è quindi una nuova e diversa semantizzazione del territorio: ambiente naturale ed ecologico, ma anche luogo antropomorfo, e luogo dell’esperienza segnata dall’incontro, dall’ibridazione, e dal mutamento. In questo senso, il territorio assume un nuovo valore che rimanda alla sua capacità di offrirsi come risorsa finalizzata alla realizzazione di esperienze culturali, come quella dell’ecomuseo appunto. Gli ecomusei si configurano quindi come processi partecipati di riconoscimento, cura e gestione del patrimonio culturale locale al fine di favorire uno sviluppo sociale, ambientale ed economico sostenibile, soprattutto di quei contesti locali marginali, come i territori di montagna, che di fatto sono esclusi dalle direttrici dello sviluppo socioeconomico globalizzanti, ma che però possono contare su di una presenza, variegata ed articolata, di ingenti patrimoni culturali di ordine archeologico, architettonico, ambientale, naturalistico, gastronomico, etc.. Seguendo questa direzione le aree di montagna possono individuare delle vie culturali allo sviluppo che superano i modelli dell’industrializzazione leggera del territorio, o del turismo massificato, alimentando ed al contempo accrescendo la dotazione di capitale culturale e stimolando inoltre la nascita di attività imprenditoriali nei diversi settori dell’economia della cultura. Il turismo culturale, ed in particolare la forma dell’ecomuseo, rappresenta la possibilità di un territorio di rifondare le sue basi economiche e di riscoprire e rivalorizzare un patrimonio identitario che la globalizzazione tenta di omologare.

Gli ecomusei italiani hanno vissuto una stagione particolarmente vivace nel primo decennio del duemila quando si è assistito al proliferare di leggi regionali in materia ma anche all’organizzazione di momenti di dibattito e confronto di carattere nazionale ed europeo. Un ruolo preminente nella definizione dei punti di riferimento e degli strumenti operativi per gli ecomusei in Italia è stato rivestito dal Laboratorio Ecomusei della Regione Piemonte, dall’Osservatorio Ecomusei dell’IRES Piemonte e dalla comunità di pratiche “Mondi Locali”. In Italia esistono oggi un centinaio di realtà definibili come ecomusei e pienamente operative, distribuite in quasi tutte le regioni. Ad oggi dodici sono le regioni o province autonome nelle quali esiste una normativa specifica sugli ecomusei: Piemonte (1995), Trento (2000), Friuli Venezia Giulia (2006), Sardegna (2006), Lombardia (2007), Umbria (2007), Molise (2008), Toscana (2010), Puglia (2011) Veneto (2012), Calabria (2012) e Sicilia (2014). In base a queste leggi sono state riconosciute varie realtà che rispecchiano la qualità e complessità delle formule adottate nei singoli provvedimenti, come pure la loro capacità di incidere sui processi territoriali in atto.

Un ecomuseo è in grado di creare turismo verde, culturale ed enogastronomico ma anche gestione partecipata di un territorio. Infatti l’aspetto più significativo è che un ecomuseo nasce “dal basso”, ossia si realizza là dove c’è una comunità che ha voglia di proteggere la storia del proprio luogo, non impedendo al mondo di goderne ma guidando chi lo desidera a scoprirne i tesori senza rovinarli. Tale obiettivo si realizza tramite una cooperazione tra attori volontari, enti associativi, figure professionali e soggetti pubblici e privati che lavorano assieme per dare valore al patrimonio culturale.

Una buona pratica di ecomuseo è quella nata nel territorio della Valle del Bitto di Albaredo, piccolo borgo montano inserito nel Parco delle Orobie Valtellinesi. Per visitarlo occorre percorrere un sentiero, lungo circa 3 km e mezzo, che dalla chiesetta della Madonna delle Grazie, poco oltre il paese, porta, in circa un’ora e mezza di cammino, fino all’alpe di Vesenda bassa, appena oltre i confini del comune. L’idea è quella di mostrare alcuni luoghi tipici dell’attività contadina di questa antichissima comunità orobica, presentandoli nella loro cornice naturale, per esaltare l’effetto di immersione totale in una dimensione che oggi facciamo fatica ad immaginare, attraverso un percorso accompagnato da schede-cartello che spiegano ad ogni tappa la storia e tradizione di un determinato punto nodale dell’area. Ma non solo storia e tradizione tracciano il percorso dell’ecomuseo, anche le la leggenda popolare che vede  Albaredo, un luogo denso di mistero, legato alla leggenda del Sassello, un pastore che, passando di lì una notte, diretto alla casera di Pedena, dovette servire ad una messa inquietante, la messa delle anime defunte del Purgatorio, che gli apparvero nella forma di pallidi fantasmi si inserisce in quest’esperienza del territorio (a questa leggenda si riferiscono i cartelli blu–notte che segnalano il Sentiero dei Misteri). Il percorso continua poi calpestando l’antica Via Priula, tracciata sul finire del Cinquecento per volere della Repubblica di San Marco, che la sfruttò, nei secoli successivi, per incrementare i suoi commerci con l’Europa settentrionale. Il suo tracciato qui scende, con qualche serpentina, fino al ponte Binnocchio, che scavalca il torrente della Valle Piazza, e prosegue fino al successivo ponte delle Leghe, sul torrente Pedena. Durante questo percorso è  poi possibile approfondire la conoscenza delle figure che abitavano questi luoghi un tempo, come quella del  boscaiolo, detto “burelèr” (“bur” è il grosso tronco), mestiere largamente diffuso grazie alla ricchezza di boschi di conifere della Valle del  Bitto; in questa tappa una scheda–cartello  illustra la struttura e le funzioni dell’antica segheria, costruita nel 1935, quando l’energia elettrica proveniente da Gerola (paese dall’altra parte della vallata) permise di azionare il motore a nastro.

Senza voler svelare troppo di questo percorso esperienziale in uno degli scorci più belli della Valle del Bitto e quindi di lasciare ai curiosi la possibilità di scoprirlo da soli possiamo dire che l’ecomuseo di Albaredo, così come tanti altri sul territorio italiano, rappresentano un  tentativo (ben riuscito) di ridare ad un luogo e alle persone che lo abitano quel rispetto che la banalizzazione del modello economico del mercato globalizzato ha loro tolto negli ultimi anni.

 

 

(questo articolo si trova anche su Dislivelli.eu)