Tra stigma e rivalorizzazione: la situazione di alcuni quartieri “difficili” in Italia.

Tra stigma e rivalorizzazione: la situazione di alcuni quartieri “difficili” in Italia.

4 Aprile 2018 0 Di ecoLogi

Le periferie e in particolare alcuni specifici quartieri si inseriscono in un immaginario collettivo nella quale questi vengono definiti e riconosciuti come difficili”; questa rappresentazione negativa è in larga parte dovuta all’azione dei mass media che tendono costantemente ad enfatizzare il degrado e la problematicità di alcuni territori contribuendo a creare un’immagine distorta di quartieri dove in realtà sono radicati un forte senso di appartenenza e legami sociali tra la gente che vi abita. Alcuni studi di quartiere hanno approfondito questo tema cercando di scoprire cosa si nascondesse dietro queste rappresentazioni negative e di riscoprire e nobilitare i tratti distintivi di questi territori, riconoscendone una valenza caratterizzante piuttosto che stigmatizzante.

Un’interessante caso è quello dello Zen di Palermo analizzato da Ferdinando Fava in “Lo ZEN di Palermo. Antropologia dell’esclusione” (2008), in cui l’autore svela la vera vita che si svolge nel quartiere più grande della città e che nell’immaginario collettivo è rappresentato come uno dei più violenti e degradato quartiere italiano, che incarna perfettamente il paradigma maledetto della periferia italiana. Lo ZEN di Palermo è un’area di sviluppo urbano costruita tra gli anni ’60 e ’80 che accoglie circa trentamila persone e da sempre è nota come zona di degrado e alto rischio sociale. In questa ricerca etnografica Fava fornisce le piste per un’”antropologia dell’esclusione”, permettendo di cogliere i limiti delle tradizionali rappresentazioni di questo quartiere ma anche di tutti gli spazi urbani che vengono abitualmente definiti come “periferici” e “marginali”. Considerare il processo di stigmatizzazione di un territorio è importante perché questo favorisce la creazione di “frontiere” fisiche e simboliche che separano coloro che vi abitano da chi ne resta fuori. L’obiettivo della sua ricerca è proprio quello di prestare ascolto alle popolazioni del quartiere e attraverso le loro storie di vita e la loro quotidianità cogliere il senso di una realtà “altra” rispetto alle rappresentazioni dell’immaginario collettivo.  Lo ZEN visto dai media, ne esce come una realtà caratterizzata da una cultura deviante che coinvolgerebbe in maniera omogenea la totalità degli abitanti. In particolare il discorso dominante sull’identità del quartiere come promotore di devianza si focalizza sulla famiglia multiproblematica, rinchiusa in se stessa e separata dal suo ambiente, sull’assenza di socialità, intesa come bassa o inesistente scolarizzazione e integrazione sociale, e sull’incapacità di gestire l’organizzazione familiare e l’educazione dei figli da parte delle donne. Attraverso le interviste invece, i residenti svelano le loro differenti traiettorie di vita, sottolineando i punti di snodo: la famiglia d’origine, il lavoro, la vita a Palermo prima dell’arrivo allo ZEN, il rapporto con la politica e i politici, il continuo senso di precarietà e la ricerca di garanzie per il futuro, lo scarto tra classi sociali, la sessualità e i rapporti tra i generi.

I colloqui che si sono basati sulla possibilità data alle persone di parlare liberamente dello ZEN ha permesso di delineare un affresco dal basso di un quartiere vivace e vitale. La ricerca di Fava nello ZEN ha permesso di mostrare la possibilità di intraprendere un percorso, difficile ma possibile, di reale ascolto delle persone che vivono un territorio con l’obiettivo di creare un nuovo spazio di azione e di intervento sociale efficace, partendo dalla considerazione che le frontiere non sono fisse e immutabili, e non è inevitabile continuare a riprodurre visioni stigmatizzanti.

Un altro interessante caso di studio è quello dei vicoli di Genova, in cui Marco Leone analizza la rappresentazione sociale del centro antico di Genova in “La leggenda dei vicoli” (2010). L’immagine del centro antico di Genova fino al 1992, anno in cui sono iniziati i lavori di recupero urbano, era caratterizzata dalla presenza di edifici fatiscenti, sporcizia e piccola malavita, la zona dell’angiporto, così come in tutte le città portuali, godeva di una cattiva reputazione connessa ai locali notturni frequentati dai marinai italiani e stranieri e a personaggi equivoci che dominavano gli affari loschi ritrovabili tipicamente negli scali marittimi. Leone sottolinea come quest’immagine viene ancora evocata in alcuni discorsi nonostante il centro sia ormai stato rigenerato. Le immagini popolari e folcloristiche relative ad alcuni personaggi storici o eventi sono rimaste impresse nelle memorie collettive e per questo spesso vengono richiamate alla mente anche quando queste non rappresentano più la realtà, contribuendo a perpetuare la fame di un quartiere pericoloso, immagine che non corrisponde, se non in modo parziale ed approssimativo, al porto e ai vicoli di oggi. L’indagine di Leone si è quindi proposta di esaminare il processo di connotazione di un quartiere nell’ambito delle trasformazioni urbanistiche, sociali, economiche e culturali della città in un arco di tempo che va dal dopoguerra ai giorni nostri. L’immagine connotata del quartiere è stata ricostruita attraverso fatti di cronaca e le storie di alcuni protagonisti e interpreti secondari della mala e del centro storico genovese, integrati da analisi di articoli di cronaca nera dei quotidiani locali scelti in ragione dell’emblematicità della malavita dell’angiporto genovese degli anni cinquanta e sessanta. Il lavoro di ricerca ha dimostrato come la costruzione di un centro storico, sia come luogo fisico che come rappresentazione sociale, si costituisce nel corso del tempo in stretto contatto con i processi economici, urbanistici e culturali di una città. Infatti il quartiere genovese diventò centro storico in ragione di trasformazioni urbanistiche e architettoniche di conservazione al proprio interno e di rinnovamento circostante che andarono di pari passo a processi culturali riguardanti l’etichettamento e il rinforzo, in termini negativi nonché folcloristici, di una reputazione preesistente dell’angiporto genovese. Un altro curioso fattore considerato è la mitizzazione della mala del centro storico, per esempio i boss che ne erano protagonisti mantengono ancor’ oggi il prefisso “don”, perdendone tuttavia il carattere minaccioso, al fine di accreditare un’idea romantica e pittoresca della malavita dei vicoli degli anni ’50 e ’60.

Ripercorrendo la storia del centro storico di Genova, si sottolinea come l’uso di termini come “città bassa” o “casbah” negli anni’50 e la sostituzione di questi termini con altri, come la “città vecchia” di De André “il centro antico” o “waterfront” impiegati nei decenni successivi, offrendo una diversa connotazione concorsero, in termini culturali a riformulare una rappresentazione sociale del quartiere nel quadro di recupero urbanistico e sociale in corso nel centro storico. Leone in questa ricerca valuta l’immagine del quartiere nei termini di una rappresentazione sociale, ossia una credenza ampiamente condivisa, riferibile a stereotipi, pregiudizi sociali e convinzioni collettive, impiegata da attori sociali individuali e collettivi per agire e comunicare. Fra le possibili e differenti rappresentazioni sociali di questa parte della città l’attenzione dell’autore si è focalizzata su quella connotata da un pregiudizio, negativo e folcloristico, che a lungo ha contraddistinto il quartiere, ma che è distante dall’immagine odierna di questo, sottolineando come il quartiere oltre a luogo fisico sia anche una rappresentazione sociale in grado di radicarsi nelle memorie e discorsi collettivi.

I due casi di studio citati fanno emergere una netta dicotomia fra l’immagine omologata che mass media e immaginario collettivo offrono di un quartiere, e le vite reali ed eterogenee che gli abitanti di questi vivono ogni giorno. Questi studi insegnano quindi a saper raccontare e investigare realtà sociali differenti partendo da un’ottica diversa, quella dei residenti che osservano la propria città e il proprio quartiere dai loro stessi balconi, attraverso una ricerca che viene “dal basso e dal dentro”, al di fuori di qualsiasi stigmatizzazione e in grado di condurre a un processo di rivalorizzazione di territori per troppo tempo rimasti marginalizzati.


“Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile.
È fragile il paesaggio e sono fragili le città,
in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione.
Ma sono proprio le periferie la città del futuro, non fotogeniche d’accordo,
anzi spesso un deserto o un dormitorio,
ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie.
Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana,
il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l’energia.
Spesso alla parola «periferia» si associa il termine degrado.
Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità?
Le
periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni.
Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili?”
Renzo Piano